Un libro su vino e proverbi

“Chi si alza di buon mattino, avrà sempre pane e vino!”. È un condensato di saggezza popolare il libro di Primo Culasso e Giancarlo Montaldo, Piantȓa lì. Racconto della vite e del vino di qua e di là del Tanaro (edizioni Antares),  presentato ieri a Barbaresco. È la testimonianza di una cultura contadina che conosceva i segreti per produrre uve e vini di qualità prima dell’avvento della coltivazioni estensive degli anni Settanta. L’eccellenza che permette ai vigneti di queste colline di essere tra i più apprezzati al mondo affonda dunque le radici in un sapere antico, tramandato da generazione in generazione e riportato fedelmente nelle pagine scritte da Culasso e Montaldo.

In un percorso a ritroso nel tempo, si ritorna al lavoro, assai faticoso, degli anni Quaranta e Cinquanta. L’impianto di una vigna era una decisione impegnativa, bisognava scegliere il terreno con l’esposizione migliore – il sorì, a sud – e procedere allo scasso, “un fosso orizzontale largo da 60 a 90 centimetri e profondo un metro e anche più”, realizzato interamente a mano prima dell’avvento dei trattori, rispettando il tracciamento (a girapoggio oppure a cavalcapoggio) per evitare le salite e  ridurre così gli sforzi degli animali. E per qualche anno, almeno due o tre, le giovani barbatelle andavano accudite prima di entrare in produzione.

In otto agili capitoli, Culasso e Montaldo narrano di potature, torciture, legature, lotta alle malattie con il verderame, vendemmie con goȓbon e sëste, e ancora il processo di vinificazione, la fermentazione tumultuosa, la svinatura, fino all’imbottigliamento e alla vendita. Un mondo raccontato attraverso i proverbi, mese dopo mese. Molti detti sono attenti alla qualità: “La vite dice, fammi povera e ti farò ricco”, per avere una produzione limitata e dunque migliore, come l’analogo “Se vuoi fare il vino buono, a tutti grappoli dai una morsicata”, il morsion a indicare il diradamento dei grappoli; altri sottolineano l’importanza del vino: “Dove passa, il vino fa bene”, “Bevi del buon vino e lascia andare l’acqua al suo mulino”;  e largo spazio è concesso all’allegria: “Il vino è migliore dove la cameriera è carina”, “Dove c’è pane e vino, spariscono le preoccupazioni” (Andova ch’i j’è pan e vin, j’è spaȓissi j sagrin).

Con un capitolo dedicato alle misure di una volta – una manciata (bȓancà), una goccia (stissa), una scintilla (spluva) – si chiude il lavoro di due grandi appassionati di Langhe e Roero: Primo Culasso, “soggetto autoctono”, autore con Silvio Viberti del vocabolario piemontese Rastlèiȓe, e Giancarlo Montaldo, giornalista nato a Barbaresco che da anni “scrive di vino e ama il vino”. www.antares-online.it

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