La Maddalena rimpiange gli americani

Descrivere le meraviglie naturali dell’Arcipelago di La Maddalena è banale: Caprera, l’isola di Garibaldi, con pinete e calette (Porto Palma, Relitto, Coticcio, Due Mari..), Spargi, la Spiaggia Rosa a Budelli, le Piscine Naturali, Santa Maria, e ovviamente l’isola maggiore che riserva una sorpresa ad ogni insenatura. Chi ama il gusto selvaggio del mare va in estasi.

Eppure da qualche anno il vento teso delle Bocche di Bonifacio non riesce a spazzar via la malinconia dall’animo di molti maddalenini. La città ha undicimila abitanti e una storia relativamente recente (tre secoli abbondanti) ma il carattere indomito della terra di frontiera, per di più in Sardegna, si coglie subito, chiacchierando con gli autoctoni.

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Ebbene, che accade? Per quasi quarant’anni l’isola di Santo Stefano, tra La Maddalena e Palau, ha ospitato una base della Marina Militare degli Stati Uniti per fornire assistenza, mediante nave appoggio, ai sommergibili nucleari Hunter Killer di stanza nel Mediterraneo. La presenza degli americani ha acceso gli animi per 36 anni, con dibattiti fortemente ideologizzati.

Era il 17 luglio 1972 quando al molo est di Santo Stefano attraccò la nave officina Fulton, accompagnata in rada dall’incrociatore Springfield e dalla portaerei Kennedy. Presidente del Consiglio era Giulio Andreotti, alla guida di una coalizione DC-PLI-PSDI, il Partito Comunista era all’opposizione e l’Italia stava entrando negli Anni di Piombo. Sull’isola i militanti della locale sezione del PCI affissero un manifesto che diceva: “Cittadini! L’arcipelago di La Maddalena è stato messo a disposizione di un esercito straniero, quello degli Stati Uniti, che vi ha già installato propri impianti e sta per trasferirvi migliaia di militari”. Preistoria politica.

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Il 25 gennaio 2008 la base venne smantellata e l’ultima nave battente bandiera a stelle e strisce, la Emory Land, salpò da Santo Stefano per altri lidi. Qualcuno festeggiò (il sindaco in testa), altri piansero. Senza dubbio La Maddalena subì un immediato contraccolpo negativo. Tra militari e familiari, sull’isola vivevano circa quattromila americani. Affittavano case, gestivano scuole e palestre, compravano nei negozi, affollavano i locali, appaltavano opere e lavori. E non badavano troppo al portafoglio (contrariamente ai turisti).

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Oggi gli appartamenti rimasti sfitti sono centinaia. Dov’era il comando sorgono il supermercato e un residence. Molte zone sono abbandonate, perché anche la Marina Militare Italiana ha ridimensionato la sua presenza: l’Ammiragliato, dove trascorrevano le vacanze estive i Presidenti della Repubblica, è chiuso, e la Scuola Sottufficiali funziona a ranghi ridotti.

In questa situazione i maddalenini sono costretti a riorganizzarsi, tra speranze e delusioni. Nel 2009 videro una possibilità di rilancio nel G8, che avrebbe dovuto essere ospitato nell’area dell’Arsenale e invece traslocò in fretta e furia a L’Aquila dopo il terremoto. Tra maggio e giugno del 2010 accolsero le sfide della Louis Vuitton Cup come premessa di investimenti nel segno della nautica da diporto, ma i progetti successivi si arenarono, tra veti e contrapposizioni, nuovamente di natura ideologica, su come sviluppare l’economia.

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Insomma, il futuro di La Maddalena è incerto. Natura, mare e paesaggio non si discutono. Sulla politica, invece, i dubbi sono molti e fondati, finché le strumentalizzazioni prevarranno sulla concretezza. Non una novità, d’altronde, per il Bel Paese, che vanta opportunità turistiche eccezionali e un’incapacità di valorizzarle altrettanto straordinaria.

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