Il Sacro Monte di Varallo

Chi non conosce Varallo ne rimane sorpreso. Siamo in Valsesia, scavata dalle acque che dal Monte Rosa corrono a rinfrescare Vercelli. Le vette sono aguzze e le montagne sorvegliano la piccola città – 7.500 abitanti – costellata di ville ottocentesche.

La piazza principale è dominata dal Teatro Civico inaugurato nel 1901, a pochi passi di distanza sorge la Collegiata di San Gaudenzio caratterizzata da un loggiato filante, poco oltre è la sede della Pinacoteca (con oltre 3 mila opere, già sede della Scuola di Disegno), proseguendo si raggiunge la Chiesa di Santa Maria delle Grazie, monumento nazionale, proprio ai piedi della salita che conduce alla sorgente dell’energia di Varallo, il Sacro Monte.

La costruzione venne avviata nel 1486 da un frate francescano visionario, Bernardino Caimi, che volle riprodurre sulla rocca, a strapiombo sulla valle, i luoghi della Terra Santa dove egli aveva vissuto per lungo tempo, anche come custode al Santo Sepolcro di Gerusalemme.

Dal paese si sale con la funicolare realizzata nel 1935 che percorre in un “amen” i 137 metri di dislivello. Giunti lassù ci si ritrova sulla spianata della Basilica, circondata da logge ed edifici vari, ma subito non si può comprendere. Si notano poi vetrate protette da grate e piccole aperture che invitano a sbirciare all’interno. Ci si affaccia e si rimane attoniti.

Ho visto per prima la numero 20, l’Ultima cena: statue ad altezza naturale di Gesù e gli Apostoli seduti alla tavola imbandita, in una nicchia allegramente affrescata, straordinariamente verosimili, lo sguardo attento, i capelli finissimi, umanissime espressioni del viso e vestiti sgargianti.

Le cappelle sono 44, sparse nel bosco, con 800 statue in terracotta e legno a rappresentare vita, passione e morte di Cristo. Alcune sono ridondanti di folla, come la Strage degli Innocenti, grondante tragedia, oppure la Salita al Calvario, con una sessantina di personaggi tra soldati romani, donne disperate, loschi figuri e animali. Altre sono strazianti, come la Flagellazione. Altre ancora aprono squarci di mistero, come la Resurrezione di Lazzaro.

Regista di questa grandiosa scenografia fu, nel Cinquecento, il valsesiano Gaudenzio Ferrari che lavorò al complesso per circa trent’anni, trasformando questo luogo in una delle espressioni più significative dell’arte rinascimentale; “Gran teatro montano” lo definì Giovanni Testori, smarcandolo dallo scetticismo vagamente snob di taluni critici d’arte. San Carlo Borromeo lo ampliò ulteriormente e lo soprannominò  “Nuova Gerusalemme”.

Il Sacro Monte di Varallo è certamente un luogo di radicale – in senso etimologico – devozione popolare, ma proprio per questo “spiritualmente efficace”, come ebbe modo di dire Giovanni Paolo II che il 3 novembre 1984 sostò in  preghiera davanti alla cappella della Crocifissione. Nel 2003 l’Unesco ha dichiarato i nove Sacri Monti dell’Italia Settentrionale, dei quali Varallo è il più antico, Patrimonio dell’Umanità. www.sacromontedivarallo.it

 

Un consiglio profano

Dopo aver nutrito lo spirito, si può scendere a piedi al paese per la scalinata che taglia il versante della rocca, e assaggiare una piadina con toma valsesiana alla Nuova Idea Dolce, al numero 14 di via Umberto I.

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